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Il viola è un colore che ciclicamente ritorna e, anche se in poche osano indossarlo, bisogna ricordare che dona a tutte e può essere la vera alternativa a un più scontato nero. Già nel 2018 Pantone aveva incoronato l’ultraviolet come colore dell’anno, ma la stagione invernale 21-22 sarà quella della grande ribalta dei toni violacei. Dal lilla al malva, dal violetto all’orchidea, dall’ametista al glicine. Abiti, t-shirt, maglioni e capi-spalla tingeranno i vostri guardaroba delle sue più svariate declinazioni, ma in cosa si nasconde il segreto del suo fascino?

La fisica lo descrive come colore secondario perché derivato dalla commistione di due primari, il rosso e il blu ma, aldilà di questa definizione, il viola sembra custodire un segreto, qualcosa di ancestrale che da sempre esercita un ascendete sul genere umano. Questo colore è infatti presente dai primi albori delle società occidentale. Nell’antichità classica fu il primo colore a essere utilizzato per gli indumenti: estratto dal muco delle lumache di mare nella città fenicia di Tiro e al centro di un ricchissimo commercio, il porpora era bramato nelle civiltà pre-cristiane dove rappresentava nobiltà e ricchezza. Alessandro Magno, il basileo dell’Impero Seleucide e i re dell’Egitto Tolemaico, indossavano tutti il porpora di Tiro. Nella Roma Repubblicana, quando si teneva un trionfo, il generale veniva onorato indossando una toga interamente viola bordata d’oro, mentre i senatori romani ne indossavano una impreziosita da una striscia quello stesso colore. La testimonianza di Età Imperiale offertaci da Svetonio ci racconta invece di un Caligola che non si limitò solo a proibire l’uso di alcuni coloranti violacei, ma arrivò commissionare l’assassinio del re di Mauretania per lo splendore del suo mantello purpureo. Nel Tardo Impero la febbre per questa tinta salì a tal punto che la vendita di tessuti viola divenne un monopolio statale protetto dalla pena di morte. Anche gli orientali era sensibili al fascino del viola, nell’antica Cina esso era ottenuto da estrazioni dell’omonimo fiore. 

Fu solo con l’adozione da parte della chiesa Cattolica a simbolo di penitenza che questa cromia iniziò ad essere considerata di cattivo auspicio o poco desiderabile da indossare, un retaggio che ancora oggi fatica a sparire sopratutto nel mondo dello spettacolo. Non tutti lo sanno, ma il pregiudizio nacque dalla Quaresima. Nel Medioevo e nel primo Rinascimento infatti il carnevale era l’occasione perfetta per le rappresentazioni teatrali, ma nei quaranta giorni successivi, quelli che precedevano la Santa Pasqua, i teatri venivano chiusi e su di essi affissi drappi viola per esprimere lutto e penitenza. Quei giorni erano letteralmente l’incubo di attori, registi e drammaturghi che, impossibilitati a lavorare, erano costretti a sopravvivere senza alcun introito. Il viola non era un’esclusiva della Chiesa Romana, durante tutto il regno della Regina Elisabetta I ad esempio esso rappresentò l’emblema della nobiltà: interdetto ai sudditi, poteva essere scelto esclusivamente dai membri più stretti della Royal Family. L’etichetta non fu comunque l’unico motivo per il quale il viola rimase per secoli ad appannaggio di soli Re, politici e aristocratici dentro e fuori l’Inghilterra. Tingere i capi naturalmente aveva infatti costi molto onerosi e, anche se può sembrare incredibile, il viola venne  prodotto sinteticamente solo a metà del XXIX secolo e lo fu grazie una scoperta del tutto casuale. Siamo nel 1856 e il chimico William Henry Perkin sta lavorando incessantemente nel tentativo di creare un vaccino contro la malaria fino a quel momento trattata con farmaci a base di chinino, un composto che poteva essere estratto esclusivamente da alcune piante provenienti dal Sud America. Perkin era un brillante studente di chimica e il suo mentore August Wilhelm Hofmann era noto per l’utilizzo del catrame di carbone. Il giovane William tentò di elaborare il vaccino da questa base, ma ciò che ottenne fu invece un liquido scuro il cui residuo sembrava far diventare viola tutto ciò che toccava. Leggenda vuole che il diciottenne provò la sua formula sulle mutandine di seta bianca della sorella tingendole di una sfumatura violacea molto più intensa di quelle ottenute in precedenza. Perkin non giunse mai al vaccino antimalarico, ma la sua fu comunque una piccola grande rivoluzione, fu lui a rendere il colore una questione di gusto e non di classi: Perkins decise infatti che la sua missione sarebbe stata produrre colorante sintetico industrialmente per poi metterlo in commercio con prezzi popolari e, appoggiato dal padre e il fratello, fondò la Perkins & Sons nel 1860. Il successo dell’impresa fu travolgente mutando per sempre il corso della vita di Perkins, ma anche quello della storia della moda.
Ponte ideale tra i toni caldi e quelli freddi, tra la quiete rappresentata dal blu e la passione di cui è sinonimo il rosso e considerato il più “complesso” dell’intera scala cromatica in virtù di questa condizione di ambiguità costitutiva e intrinseca, il viola ha inevitabilmente attirato a sé diverse interpretazioni e usi simbolici anche nell’era contemporanea. Per tornare al Regno Unito George VI (1896-1952) era solito farsi ritrarre utilizzando questo colore e quello stesso motivo ricorse in ogni aspetto dell’incoronazione di Elisabetta II nel 1953. Dall’altra parte dell’oceano, nelle scuole new-age di matrice orientali che fecero tanta presa sugli americani, le auree viola erano (e sono ancora) ritenute inclini alla meditazione e al misticismo profondo. Durante gli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, il colore fu associato alle controculture, alla psichedelia e a musicisti come Jimi Hendrix con la sua  “Purple Haze” (1967), o la rock band inglese dei Deep Purple (formatasi nel 1968). Negli anni ’80 era viola la pioggia di Prince così come quella della protesta contro l’apartheid che si è svolta a Città del Capo a fine decade, mentre alla fine del primo decennio del XXI ° secolo questo colore divenne molto popolare  tra leader politici e imprenditori. Combinando l’assertività e la sicurezza della cravatta rossa con il senso di pace e cooperazione che emanava quella blu, la  variante viola divenne un must assoluto per tutto l’establishment. Nei Paesi Bassi e in Belgio il viola indica tutt’oggi il governo di coalizione composto da liberali e socialdemocratici, mentre per il movimento LGBT esso è legato all’orgoglio bisessuale poiché nella loro unione rosa e blu rappresentano in modo vivido lo scambio tra omo ed etero sessualità. Magia, sogno, mistero, penitenza, e ancora, arte, memoria,metamorfosi, evoluzione, fascino, ma anche umiltà, frustrazione e digiuno. Questo colore sembra possedere un potere di fascinazione inesauribile nonostante l’incedere del tempo. Irriducibile nella sua complessità di sintesi proprio come la realtà nella quale ci troviamo a vivere quotidianamente, sempre in tensione tra violenza e ipersensibilizzazione, il viola è il colore che non potrà mancare alla vostra stagione invernale. Be cool… Wear Purple!

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